Ugo Dighero

Ugo Dighero

La risata è una chiave che apre la porta dell’anima scavalcando i pregiudizi. Ecco perché la comicità è una cosa molto seria. Uno dei più versatili attori italiani racconta i suoi vent’anni di esperienza fra palco e telecamere.

Ugo Dighero affronta da sempre teatro, cinema e tv, alternando con disinvoltura ruoli leggeri e drammatici. Convinto che la comicità sia una cosa seria nonché una chiave indispensabile per affrontare bene l’interpretazione di parti più forti. Dal 1979 frequenta il Teatro Stabile di Genova lavorando con Giorgio Albertazzi, Eros Pagni, Gian Maria Volontè, Orazio Costa, Marco Sciaccaluga e Terry Hands della Royal Skakespeare Company, fra gli altri. Dopo il diploma – apparendo regolarmente anche sul grande e piccolo schermo – continua a lavorare in teatro, dove collabora a lungo con il Teatro dell’Archivolto. In tv debutta nel ’91 con “Avanzi” e partecipa a “Tunnel” con Serena Dandini. È cofondatore dei Broncoviz con Maurizio Crozza e Carla Signoris, fra gli altri, e quindi collaboratore della Gialappas Band per tre fortunatissime stagioni. E’ inoltre apparso in diverse stagioni di fiction, da “Un medico in famiglia” a “RIS, delitti imperfetti”. Attualmente è in scena con Servo per due,tratto da Arlecchino servitor di due padroni di Carlo Goldoni, elaborato dal drammaturgo inglese Richard Bean secondo un perfetto British humor e ora trasposto per l’Italia dal Gruppo Danny Rose e coprodotto da Gli Ipocriti/Marco Balsamo (Ambra Jovinelli). Un capolavoro di vis comica, argomento che vede Dighero decisamente competente, che lo vede in uno dei pochi ruoli che non ha un alter ego, mentre sugli altri si alternano due diversi cast.

I.-La comicità è una cosa seria?

U.D.-È probabilmente la cosa più seria che ci sia in circolazione. È una forma di comunicazione che riesce a passare sopra a pregiudizio e preconcetti e parla dritto all’anima delle persone.

I.-È più difficile far ridere o far piangere?

U.D.-Decisamente far ridere, proprio perché comicità e ironia hanno bisogno di uno spostamento del punto di vista ed è un meccanismo che non possiamo controllare come fruitori di comicità. C’è qualcosa che scatta dentro e al di là della nostra ideologia ci muove lo stomaco e ci fa ridere, mentre la seriosità è meno eversiva e spesso si può appoggiare su clichè, condizionamenti culturali. È  più difficile far ridere perché bisogna azzeccare il meccanismo al di là di tutto.

I.-Comico: una scelta o lo sei tuo malgrado?

U.D.-Per fortuna nella mia carriera ho avuto l’occasione di affrontare entrambi gli aspetti, comici e drammatici, sia in cinema che in tv e teatro. La forma che prediligo è il comico perché l’ho frequentato parecchio, ma anche perchè lo considero un lavoro essenziale per poter essere attore drammatico. Esistono bravissimi attori comici che spesso sono anche ottimi attori drammatici, mentre non è vero il contrario. Ho cominciato un po’ per indole e un po’ per caso e avendo frequentato fin dall’inizio la comicità mi ci sono affezionato. Poi dedicandomi anche alla scrittura, verbalizzare le idee relative a ironia e comicità mi ha aiutato ad entrare nel merito e quindi è un aspetto che ho sviluppato in maniera profonda.

I.-La leggerezza può essere una chiave anche per temi pesanti?

U.D.-Sicuramente è fondamentale per la satira di costume, su pellicola in tv e a teatro. Mostrare un difetto umano in maniera ironica fa scattare nello spettatore un meccanismo di autoironia: non si ride solo degli altri ma anche in maniera profonda di sé stessi. E questo è un grosso passo avanti rispetto alla profondità del messaggio, è un risultato importante, ci si rapporta con sé stessi conoscendo i propri limiti e i propri difetti. In politica si raggiunge lo stomaco delle persone e si scavalcano i preconcetti delle fazioni, ma in questo momento è un po’ complesso nel nostro paese far ridere attraverso la satira perché la politica di per sé è già talmente comica che è difficile andare oltre. Ad esempio Crozza fa morire dal ridere quando fa Razzi, ma lui si limita a riproporre un’imitazione, non deve scrivere le battute, perché le scrive già l’autore originale. Ecco, è un momento curioso in cui i politici sono più comici dei comici, agli autori non resta che passare all’iperbole, all’esagerazione.

I.-Per la comicità il testo è fondamentale o vale più la chiave di lettura?

U.D.-Sono due aspetti importanti. Come dicono gli americani “per fare un buon film occorrono tre cose: una buona storia, una buona storia, una buona storia”. Concordo pienamente con questa visione: la scrittura è fondamentale, non solo quella a tavolino, ma anche il lavoro dal vivo sul palcoscenico. La fase portata avanti attraverso il contatto con il pubblico è una crescita ulteriore perché in base al contatto e all’empatia che si crea in teatro vengono fuori altre idee, nuovi stimoli… è un altro tipo di scrittura fatta non di carta e penna ma di carne e sangue, che è fondamentale quanto la prima e aggiunge altri contenuti, altri punti di vista.

I.-Su cosa si basa la comicità?

U.D.-Un aspetto sicuramente fondamentale del comico è la fisicità. Si può avere più o meno talento naturale, ma è uno studio che va assolutamente affrontato perché il linguaggio del corpo è indispensabile. È una parte che spesso viene trascurata, ci si affida alla naturale comicità o ci si appoggia al tormentone, piuttosto abusato in questo momento, mentre il linguaggio del corpo è basilare. In questo senso chiunque sia partito dal teatro e abbia avuto la possibilità di studiare le maschere della “Commedia dell’arte” ha degli strumenti in più, scientifici e analitici, per poter indagare sul corpo. Il lavoro sulla maschera ad esempio è fondamentale per i tempi, le direzioni, i cambiamenti.

I.-Ti diverti sempre quando fai divertire gli altri?

U.D.-Sì. Ovviamente. La risata del pubblico è gratificante ed entra a far parte del ritmo dello spettacolo, il quale si assesta quando gli attori trovano il respiro delle risate del pubblico e in base a quello ne risistemano i temi. Negli spettacoli comici le prime repliche sono sempre molto sconvolgenti per gli attori, che hanno provato a lungo senza il tempo dilatato della risata, di fronte a cui non si può continuare a parlare. Le prime repliche sono sempre un momento di assestamento di questa scrittura, un lavoro molto interessante in cui  il pubblico è protagonista.


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Donatella Codonesu
Intervista pubblicata su teatroteatro.it